Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/378

372 canto


56
     Carlo e tutta la corte stupefatta,
questo udendo, restò; ch’avea creduto
che Leon la battaglia avesse fatta,
non questo cavallier non conosciuto.
Marfisa, che con gli altri quivi tratta
s’era ad udire, e ch’a pena potuto
avea tacer fin che Leon finisse
il suo parlar, si fece inanzi e disse:

57
     — Poi che non c’è Ruggier, che la contesa
de la moglier fra sé e costui discioglia;
acciò per mancamento di difesa
cosí senza rumor non sé gli toglia,
io che gli son sorella, questa impresa
piglio contra a ciascun, sia chi si voglia,
che dica aver ragione in Bradamante,
o di merto a Ruggiero andare inante. —

58
     E con tant’ira e tanto sdegno espresse
questo parlar, che molti ebber sospetto,
che senza attender Carlo che le desse
campo, ella avesse a far quivi l’effetto.
Or non parve a Leon che piú dovesse
Ruggier celarsi, e gli cavò l’elmetto;
e rivolto a Marfisa: — Ecco lui pronto
a rendervi di sé (disse) buon conto. —

59
     Quale il canuto Egeo rimase, quando
si fu alla mensa scelerata accorto,
che quello era il suo figlio, al quale, instando
l’iniqua moglie, avea il veneno pòrto;
e poco piú che fosse ito indugiando
di conoscer la spada, l’avria morto:
tal fu Marfisa, quando il cavalliero
ch’odiato avea, conobbe esser Ruggiero.