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262 canto


44
     Il conforto ch’io prendo, è che di quanti
per dieci anni mai fur sotto al mio tetto
(ch’a tutti questo vaso ho messo inanti),
non ne trovo un che non s’immolli il petto.
Aver nel caso mio compagni tanti
mi dá fra tanto mal qualche diletto.
Tu tra infiniti sol sei stato saggio,
che far negasti il periglioso saggio.

45
     Il mio voler cercare oltre alla meta
che de la donna sua cercar si deve,
fa che mai piú trovare ora quïeta
non può la vita mia, sia lunga o breve.
Di ciò Melissa fu a principio lieta:
ma cessò tosto la sua gioia lieve;
ch’essendo causa del mio mal stata ella,
io l’odiai si, che non potea vedella.

46
     Ella d’esser odiata impazïente
da me che dicea amar piú che sua vita,
ove donna restarne immantinente
creduto avea, che l’altra ne fosse ita;
per non aver sua doglia sí presente,
non tardò molto a far di qui partita;
e in modo abbandonò questo paese,
che dopo mai per me non se n’intese. —

47
     Cosí narrava il mesto cavalliero:
e quando fine alla sua istoria pose,
Rinaldo alquanto ste’ sopra pensiero,
da pietá vinto, e poi cosí rispose:
— Mal consiglio ti diè Melissa in vero,
che d’attizzar le vespe ti propose;
e tu fusti a cercar poco avveduto
quel che tu avresti non trovar voluto.