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222 canto


96
     E s’era altro ch’Orlando, l’avria fatto,
l’avria sparato fin sopra la sella:
ma, come colto l’avesse di piatto,
la spada ritornò lucida e bella.
De la percossa Orlando stupefatto,
vide, mirando in terra, alcuna stella:
lasciò la briglia, e ’l brando avria lasciato;
ma di catena al braccio era legato.

97
     Del suon del colpo fu tanto smarrito
il corridor ch’Orlando avea sul dorso,
che discorrendo il polveroso lito,
mostrando giá quanto era buono al corso.
De la percossa il conte tramortito,
non ha valor di ritenergli il morso.
Segue Gradasso, e l’avria tosto giunto,
poco piú che Baiardo avesse punto.

98
     Ma nel voltar degli occhi, il re Agramante
vide condotto all’ultimo periglio:
che ne l’elmo il figliuol di Monodante
col braccio manco gli ha dato di piglio;
e glie l’ha dislacciato giá davante,
e tenta col pugnal nuovo consiglio:
né gli può far quel re difesa molta,
perché di man gli ha ancor la spada tolta.

99
     Volta Gradasso, e piú non segue Orlando,
ma, dove vede il re Agramante, accorre.
L’incauto Brandimarte, non pensando
Ch’Orlando costui lasci da sé tórre,
non gli ha né gli occhi né ’l pensiero, instando
il coltel ne la gola al pagan porre.
Giunge Gradasso, e a tutto suo potere
con la spada a due man l’elmo gli fere.