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Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/22

16 canto


60
     Pur chiude alquante appresso all’alba i lumi,
e di veder le pare il suo Ruggiero,
il qual le dica: — Perché ti consumi,
dando credenza a quel che non è vero?
Tu vedrai prima all’erta andare i fiumi,
ch’ad altri mai, ch’a te, volga il pensiero.
S’io non amassi te, né il cor potrei
né le pupille amar degli occhi miei. —

61
     E par che le suggiunga: — Io son venuto
per battezzarmi e far quanto ho promesso;
e s’io son stato tardi, m’ha tenuto
altra ferita, che d’amore, oppresso. —
Fuggesi in questo il sonno, né veduto
è piú Ruggier che se ne va con esso.
Rinuova allora i pianti la donzella,
e ne la mente sua cosí favella:

62
     — Fu quel che piacque, un falso sogno; e questo
die mi tormenta, ahi lassa! è un veggiar vero.
Il ben fu sogno a dileguarsi presto,
ma non è sogno il martire aspro e fiero.
Perch’or non ode e vede il senso desto
quel ch’udire e veder parve al pensiero?
A che condizione, occhi miei, séte,
che chiusi il ben, e aperti il mal vedete?

63
     Il dolce sonno mi promise pace,
ma l’amaro veggiar mi torna in guerra:
il dolce sonno è ben stato fallace,
ma l’amaro veggiare, ohimè! non erra.
Se ’l vero annoia, e il falso sí mi piace,
non oda o vegga mai piú vero in terra:
se ’l dormir mi dá gaudio, e il veggiar guai,
possa io dormir senza destarmi mai.