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trentesimonono 175


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     Si che i navili che d’Astolfo avuti
avea Dudon, di buona gente armati,
e che la sera avean questi veduti,
et alla volta lor s’eran drizzati,
assalir gli nimici sprovveduti,
gittaro i ferri, e sonsi incatenati,
poi ch’al parlar certificati fòro,
ch’erano Mori e gli nimici loro.

81
     Ne l’arrivar che i gran navili fenno
(spirando il vento a’ lor desir secondo),
nei Saracin con tale impeto denno,
che molti legni ne cacciaro al fondo.
Poi cominciaro oprar le mani e il senno,
e ferro e fuoco e sassi di gran pondo
tirar con tanta e sí fiera tempesta,
che mai non ebbe il mar simile a questa.

82
     Quei di Dudone, a cui possanza e ardire
piú del solito è lor dato di sopra
(che venuto era il tempo di punire
i Saracin di piú d’una mal’opra),
sanno appresso e lontan sí ben ferire,
che non trova Agramante ove si cuopra.
Gli cade sopra un nembo di saette;
da lato ha spade e graffi e picche e accette.

83
     D’alto cader sente gran sassi e gravi
da machine cacciati e da tormenti;
e prore e poppe fraccassar de navi,
et aprire usci al mar larghi e patenti;
e ’l maggior danno è de l’incendi pravi,
a nascer presti, ad ammorzarsi lenti.
La sfortunata ciurma si vuol tòrre
del gran periglio, e via piú ognor vi corre.