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Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/121


trentesimosettimo 115


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     Ucciso Olindro, ne menò captiva
la bella donna, addolorata in guisa,
ch’a patto alcun restar non volea viva,
e di grazia chiedea d’essere uccisa.
Per morir si gittò giú d’una riva
che vi trovò sopra un vallone assisa;
e non potè morir, ma con la testa
rotta rimase, e tutta fiacca e pesta.

57
     Altrimente Tanacro riportarla
a casa non potè che s’una bara.
Fece con diligenzia medicarla;
che perder non volea preda sí cara.
E mentre che s’indugia a risanarla,
di celebrar le nozze si prepara:
ch’aver sí bella donna e sí pudica
debbe nome di moglie, e non d’amica.

58
     Non pensa altro Tanacro, altro non brama,
d’altro non cura, e d’altro mai non parla.
Si vede averla offesa, e se ne chiama
in colpa, e ciò che può, fa d’emendarla.
Ma tutto è invano: quanto egli piú l’ama,
quanto piú s’affatica di placarla,
tant’ella odia piú lui, tanto è piú forte,
tanto è piú ferma in voler porlo a morte.

59
     Ma non però quest’odio cosí ammorza
la conoscenza in lei, che non comprenda
che, se vuol far quanto disegna, è forza
che simuli, et occulte insidie tenda;
e che ’l desir sotto contraria scorza
(il quale è sol come Tanacro offenda)
veder gli faccia; e che si mostri tolta
dal primo amore, e tutto a lui rivolta.