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Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/117


trentesimosettimo 111


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     Nimico è sí costui del nostro nome,
che non ci vuol, piú ch’io vi dico, appresso,
né ch’a noi venga alcun de’ nostri, come
l’odor l’ammorbi del femineo sesso.
Giá due volte l’onor de le lor chiome
s’hanno spogliato gli alberi e rimesso,
da indi in qua che ’l rio signor vaneggia
in furor tanto: e non è chi ’l correggia;

41
     che ’l populo ha di lui quella paura
che maggior aver può l’uom de la morte;
ch’aggiunto al mal voler gli ha la natura
una possanza fuor d’umana sorte.
Il corpo suo di gigantea statura
è piú, che di cent’altri insieme, forte.
Né pur a noi sue suddite è molesto,
ma fa alle strane ancor peggio di questo.

42
     Se l’onor vostro, e questre tre vi sono
punto care, ch’avete in compagnia,
piú vi sará sicuro, utile e buono
non gir piú inanzi, e trovar altra via.
Questa al castel de l’uom di ch’io ragiono,
a provar mena la costuma ria
che v’ha posta il crudel con scorno e danno
di donne e di guerrier che di lá vanno.

43
     Marganor il fellon (cosí si chiama
il signore, il tiran di quel castello),
del qual Nerone, o s’altri è ch’abbia fama
di crudeltá, non fu piú iniquo e fello,
il sangue uman, ma ’l feminil piú brama,
che ’l lupo non lo brama de l’agnello.
Fa con onta scacciar le donne tutte
da lor ria sorte a quel castel condutte. —