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Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/195


cando nono 189


76
     O sia la fretta, o sia la troppa voglia
d’uccider quel baron, ch’errar lo faccia;
o sia che il cor, tremando come foglia,
faccia insieme tremare e mani e braccia;
o la bontá divina che non voglia
che ’l suo fedel campion si tosto giaccia:
quel colpo al ventre del destrier si torse;
lo cacciò in terra, onde mai piú non sorse.

77
     Cade a terra il cavallo e il cavalliero:
la preme l’un, la tocca l’altro a pena;
che si leva sí destro e sí leggiero,
come cresciuto gli sia possa e lena.
Quale il libico Anteo sempre piú fiero
surger solea da la percossa arena,
tal surger parve, e che la forza, quando
toccò il terren, si radoppiasse a Orlando.

78
     Chi vide mai dal ciel cadere il foco
che con sí orrendo suon Giove disserra,
e penetrare ove un richiuso loco
carbon con zolfo e con salnitro serra;
ch’a pena arriva, a pena tocca un poco,
che par ch’avampi il ciel, non che la terra;
spezza le mura, e i gravi marmi svelle,
e fa i sassi volar sin alle stelle;

79
     s’imagini che tal, poi che cadendo
toccò la terra, il paladino fosse:
con sí fiero sembiante aspro et orrendo,
da far tremar nel ciel Marte, si mosse.
Di che smarito il re frison, torcendo
la briglia indietro, per fuggir voltosse;
ma gli fu dietro Orlando con piú fretta
che non esce da l’arco una saetta: