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Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/103


quinto 97


64
     Erane amante, e perché le sue voglie
disoneste non fur, nol vo’ coprire:
per virtú meritarla aver per moglie
da te sperava e per fedel servire;
ma mentre il lasso ad odorar le foglie
stava lontano, altrui vide salire,
salir su l’arbor riserbato, e tutto
essergli tolto il disïato frutto. —

65
     E seguitò, come egli avea veduto
venir Ginevra sul verrone, e come
mandò la scala, onde era a lei venuto
un drudo suo, di chi egli non sa il nome,
che s’avea, per non esser conosciuto,
cambiati i panni e nascose le chiome.
Suggiunse che con l’arme egli volea
provar tutto esser ver ciò che dicea.

66
     Tu puoi pensar se ’l padre addolorato
riman, quando accusar sente la figlia;
sí perché ode di lei quel che pensato
mai non avrebbe, e n’ha gran maraviglia;
sí perché sa che fia necessitato
(se la difesa alcun guerrier non piglia,
il qual Lurcanio possa far mentire)
di condannarla e di farla morire.

67
     Io non credo, signor, che ti sia nuova
la legge nostra che condanna a morte
ogni donna e donzella, che si pruova
di sé far copia altrui ch’al suo consorte.
Morta ne vien, s’in un mese non truova
in sua difesa un cavallier sí forte,
che contra il falso accusator sostegna
che sia innocente e di morire indegna.