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Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/102

96 canto


60
     Oh Dio, che disse e fece, poi che sola
si ritrovò nel suo fidato letto!
percosse il seno, e si stracciò la stola,
e fece all’aureo crin danno e dispetto;
ripetendo sovente la parola
ch’Arïodante avea in estremo detto:
che la cagion del suo caso empio e tristo
tutta venia per aver troppo visto.

61
Il rumor scorse di costui per tutto,
che per dolor s’avea dato la morte.
Di questo il re non tenne il viso asciutto,
né cavallier né donna de la corte.
Di tutti il suo fratel mostrò piú lutto;
e si sommerse nel dolor sí forte,
ch’ad essempio di lui, contra se stesso
voltò quasi la man per irgli appresso.

62
     E molte volte ripetendo seco,
che fu Ginevra che ’l fratel gli estinse.
e che non fu se non quell’atto bieco
che di lei vide, ch’a morir lo spinse;
di voler vendicarsene sí cieco
venne, e sí l’ira e sí il dolor lo vinse,
che di perder la grazia vilipese,
et aver l’odio del re e del paese.

63
     E inanzi al re, quando era piú di gente
la sala piena, se ne venne, e disse:
— Sappi, signor, che di levar la mente
al mio fratel, sí ch’a morir ne gisse,
stata è la figlia tua sola nocente;
ch’a lui tanto dolor l’alma tradisse
d’aver veduta lei poco pudica,
che piú che vita ebbe la morte amica.