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36 ii - sonetti

XVIII

S’è turbata tanto per la morte d’un capriolo. E per lui?

     Quel capriol, che con invidia e sdegno
de’ mille amanti a colei tanto piacque,
che con somma beltá per aver nacque
4di tutti i gentil cori al mondo regno,
     turbar la fronte, e trar, pietoso segno,
dal petto li sospir, dagli occhi l’acque
alla mia donna, poi che morto giacque,
8e d’onesto sepolcro è stato degno.
     Che sperar, bene amando, or non si deve,
poi che animal senza ragion si vede
11tanto premiar di servitú sí lieve?
     Né lungi è ormai, se dé’ venir mercede;
ché, quando s’incomincia a sciôr la neve,
14ch’appresso il fin sia il verno è chiara fede.

XIX

Troppo breve visita.

     Madonna, io mi pensai che ’l star absente
da voi non mi devesse esser sí grave,
s’a riveder il bel sguardo soave
4venía talor, che giá solea sovente.
     Ma poi che ’l desiderio impaziente
a voi mi trasse, il cor però non ave
meno una di sue doglie acerbe e prave,
8raddoppiar anzi tutte se le sente.
     Giovava il rivedervi, se sí breve
non era; ma, per la partita dura,
11mi fu un venen, non ch’un rimedio leve.
     Cosí suol trar l’infermo in sepoltura
interrotto compenso; o non si deve
14incominciar, o non lasciar la cura.