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32 ii - sonetti

X

Neppur la chioma di lei è in grado di lodare degnamente.

     Com’esser può che dignamente io lodi
vostre bellezze angeliche e divine,
se mi par ch’a dir sol del biondo crine
4volga la lingua inettamente e snodi?
     Quelli alti stili e quelli dolci modi
non basterian, che giá greche e latine
scole insegnâro a dire il mezo e il fine
8d’ogni lor loda alli aurei crespi nodi,
     e ’l mirar quanto sian lucide e quanto
lunghe ed ugual le ricche fila d’oro
11materia potrian dar d’eterno canto.
     Deh! morso avess’io, come Ascreo, l’alloro.
Di queste, se non d’altro, direi tanto,
14che morrei cigno, ove tacendo io moro.

XI

La morte soltanto dovrá provare il martirio del suo cuore?

     Ben che ’l martír sia periglioso e grave,
che ’l mio misero cuor per voi sostiene,
non m’incresce però, perché non viene
4cosa da voi che non mi sia soave;
     ma non posso negar che non mi grave,
non mi strugga ed a morte non mi mene;
ché per aprirvi le mie ascose pene,
8non so, né seppi mai volger la chiave.
     Se, perch’io dica il mal, non mi si crede;
e s’a questa fatica afflitta e mesta,
11se a’ cocenti sospir non si dá fede,
     che prova piú, se non morir, mi resta?
Ma troppo tardi, ahi lasso! si provede
14al duol che sola morte manifesta.