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ossia labirinto d'amore 389

stra in piena libertà, facendo prodigi, cui mente ottusa dà nome di magia. Nell’atto quarto della seconda parte, Fausto sul promontorio, dove l’imperatore sta armato e pronto a combattere i nemici, gli indirizza le seguenti parole:


Il Negromante
Di Norcia, quel Sabino, è rispettoso
E fedel servo tuo. Fu minacciato
Costui d’una terribile sventura.
I fasci crepitavano, la fiamma
Le sue lingue aguzzava, e d’ognintorno
L’arida pira lo cignea spalmata
Di pece e di bitume. Ad uomo, a dio,
A demonio verun non era dato
Salvarlo. Rotte le catene ardenti,
Sire, n’hai tu. Sul Tebro il caso avvenne1.

Potrebbe parere, non alla sola Norcia essersi in Italia limitata la tradizione del monte di Venere. Ne incontriamo le tracce in altro paese di montagna, se prestiamo fede alla relazione di un tedesco. Nella primavera del 1497 Arnaldo de Harff, patrizio Coloniense di famiglia oggidì fiorente, dopo di aver visitata Roma incamminossi per la via delle Marche e di Romagna alla volta di Venezia, dove s’imbarcò per l’Oriente. L’estesa relazione di questi viaggi, pochi anni fa pubblicata2, è curiosa assai; convien d’altronde confessare, la veracità dello scrittore soggiacere a gravi dubbi, dimodochè nel presente caso ancora è da sospettarsi essersi egli servito d’altrui racconti, da lui con poca esattezza raccozzati. «Da Fuligno a Nocera, città con rôcca (così leggiamo in detta relazione) camminammo dieci miglia. Sentendo parlare ivi di uno di quei monti di Venere, dei quali nel paese nostro raccontansi tante meraviglie, per-

  1. Traduz. di Andrea Maffei, Parte II (Fir. 1869), pag. 339. Potrebbe darsi, che vi fosse allusione al fatto di Cecco d’Ascoli.
  2. Die Pilgerfahrt des Ritters Arnold von Harff, herausgegeben von Dr. E. von Groote. Colonia, 1860, pag. 37-38.