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di reggio di calabria 79

«giudicati o ordinati. Perchè le leggi civili non sono altro che sentenzie date dagli antichi iureconsulti, le quali, ridotte in ordine, a’ presenti nostri iureconsulti giudicare insegnano; nò ancora la medicina è altro che esperienzia fatta dagli antichi medici, sopra la quale fondano li medici presenti li loro giudicii. Nondimeno, nell’ordinare le repubbliche, nel mantenere gli stati, nel governare i regni, nell’ordinare la milizia ed amministrar la guerra, nel giudicare i sudditi, nello accrescere Io imperio, non si trova nè principi, nè repubbliche, nè capitani, nè cittadini, che agli esempi degli antichi ricorra. Il che mi persuado che nasca non tanto dalla debolezza nella quale la presente educazione ha condotto il mondo, o da quel male che uno ambizioso ozio ha fatto a molto provincie c città cristiane, quanto dal non avere vera cognizione delle istorie, per non trarne, leggendole, quel senso, nè gustare di loro quel sapore che le hanno in sè. Donde nasce che infiniti che leggono, pigliano piacere di udire quella varietà delli accidenti che in esse si contegono, senza pensare altrimentc d’imitarle, giudicando la imitazione non solo diffìcile ma impossibile: come se il cielo, il sole, gli elementi, gli uomini fossero variati di moto, di ordine e di potenza, da quello ch’egli erano anticamente1».

Di tali parole ingegninsi anche i Calabresi a far pro. Rammentino quel che furono, quel che sono. Meditino ed imparino dagli esempi recenti, ma degli antichi si risanguinino. Assai dolori l’affetto degli avi lenisce, cui la ragion non sana, nè cura il tempo. Che se molte le cagioni dello sconforto, buono studio rompe rea fortuna. E buono studio ila ad essi per ora questo: emendar sè medesimi; nutricarsi di generosi pensieri, che sempre sono di generose opere il seme; non separare ne’ loro amori quello della provincia da quello della nazione; patire con dignità. Così invece di logorarsi in tedi gemebondi, o in improvvide speranze, o in odii impotenti, faranno bene (e non eglino soli, ma tutti i Napolitani, anzi tutti gl’Italiani) di ammannire ricca messe di senno e di virtù, senza cui nè si risorge, nè si acquista la fama, ch’è vita dell’anima e foriera delle nazioni.

G. Gemelli.          



  1. Discorsi, lib. I, proemio.