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prossimo ottobre potrei dare gli esami. Così, se non potrò, nella mia miseria, portare alla Congregazione una dote (e lei sa che di mio non ho che dolorose memorie) cercherò di portarvi un titolo utile e una bella volontà di lavorare.»

Questo malinconico desiderio di rinchiudersi e di sottrarsi alla tristezza delle cose cresceva in lei fino al patimento nelle giornate bigie e in quelle piovose, quando il lungo cascinale colle molte bocche dei fienili aperte nella corte, coi porticati tozzi, ingombri di travi, di fascine, di attrezzi, coi tetti neri e lucenti, sgocciolanti acqua nelle tinozze, pareva sprofondarsi nella nebbia e nella mota.

In quella scolorita tetraggine com’era triste il vociare delle oche che starnazzano nel pattume! e che indefinita voglia di non essere, metteva indosso il piagnucolare del fratellino in fascie, che la mamma non sapeva consolare, un piagnucolare dolente, che saliva dalla cucina insieme al rotto frastuono delle faccende.

Tratto tratto la giovinezza voleva la sua parte. Al tornare, per esempio, d’una bella giornata pigliava con sè qualche libro, l’album, il panierino di lavoro e correva colla furia d’una passera spaventata verso una chiesuola detta la Colorina, isolata in mezzo al verde dei prati, a mezza strada tra l’Abbazia e il Camposanto.

Più che una chiesa, si poteva dire una vecchia cappelletta votiva restaurata e ingrandita al tempo della peste, non arredata ora che da un povero altare di legno inverniciato con quattro figure smorte su per le lesene sgretolate del muro. Serviva anche di deposito e di magazzino al becchino che vi racco