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Fu quest’ambizione, mista confusamente di scrupoli e di affezione, che lo persuase a collocare i tre figliuoli della vedova in buoni collegi, i maschietti a Lodi presso i barnabiti, Arabella presso le madri canossiane a Cremenno, un paesello allegro di montagna, che respira l’aria del lago, dove la ragazzina potè ricevere una completa educazione, rifacendo nel clima dolce e salubre la sua costituzione non molto ricca di sangue e alcun poco logorata da precoci patimenti.

Arabella rimase presso le suore circa sei anni e imparò rapidamente e bene tutto ciò che le buone madri seppero insegnarle, aggiungendo di suo quel che aveva patito, cioè un senso malinconico delle cose e della vita, che la portava a nascondersi in Dio. Il suo povero babbo si era ucciso nel fior degli anni per sottrarsi alla vergogna d’un processo, e l’idea di un’anima in pena, che espiava il suo male forse senza speranza di perdono, aveva ancora la forza dopo cinque o sei anni di risvegliarla di sbalzo in mezzo alla notte al minimo scricchiolìo, al minimo soffio di vento, che paresse tra le fessure gemito o sospiro.

Suor Maria Benedetta, quando la vedeva più pallida, indovinando il segreto dolore della poverina, la segnava tre volte colla croce e la menava in disparte nel semi-oscuro coretto, nel sacro tiepore che manda l’olio delle lampade, dove, inginocchiate l’una dietro l’altra, la ragazzina davanti, ai piedi del Sacro Cuore pregavano, pregavano, inebbriandosi insieme nelle delizie dell’orazione mentale.

Intanto Arabella crebbe alta, con un corpo flessibile ed elegante, più ricco di grazia che di forme,