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— Bravo, diglielo... — Il vecchio Maccagno aspettò il momento che la morta stava per entrare in chiesa, chiamò in disparte la nuora, e le disse: — Non voglio che lei resti a prender altro freddo. Dia ascolto a me, torni a casa...

— Mi sento bene...

— Oggi si sente bene e domani potrebbe sentirsi male. Venga con me, abbia pazienza. Passa il tram, torni a casa, e si faccia dare una bell’acqua calda dall’Augusta. E cambi subito le scarpe. Nel suo stato non deve esporsi agli strapazzi.

— Obbedirò... — disse Arabella con un leggero sorriso.

— Brava, venga con me. — Il suocero tornò dieci passi indietro, fece arrestare un tram, accompagnò la nuora fino al carrozzone, ne pagò il posto, osservando che non fosse sulla corrente dell’aria, e tornò a dire: — Faccia fermare davanti alla porta. — E rivoltosi al conduttore, soggiunse:

— Fermati in via Torino, alla porta del dentista...

— Lo so — disse il conduttore, salutando il signor Maccagno, come persona conosciuta. — Il vecchietto seguitò cogli occhi un pezzo la carrozza, e indicando colla mano le scarpe, raccomandò ancora una volta all’Arabella di cambiare le sue appena a casa.

Quindi tornò in chiesa, mentre i preti intonavano il Beati mortui, e andò a collocarsi vicino al Botola, un suo vecchio amico d’infanzia, col quale cominciò un discorso molto vivo. Tre passi dietro di lui l’ortolana, alzando la voce come se fosse in verziere, ripeteva al Boffa e ad Aquilino Ratta: — Per me, se non vedo le cose chiare, l’ho dichiarato a questo impostore: faccio un altro quarantotto.