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sforzavasi d’invadere la scala, alzata una canna con grosso pomo d’argento, sempre in nome dell’ostia, minacciò quella canaglia di far chiamare le guardie.

Il povero Berretta livido come un panereccio e non ancora rimesso dallo spavento della notte, movevasi col passo legato d’un sonnambulo in mezzo alla gente, sollevando ora una mano, ora l’altra, senza impedir nulla, sotto la persecuzione continua del cav. Borrola, che gonfiando le ganasce, soffiando l’anima, lo minacciava dai primi scalini col bianco degli occhi. E il bello è che il portinaio nè conosceva quel grasso signore dai baffi tirati in punta, dipinto come una tavolozza, nè capiva quel che volesse da lui col suo bastone in aria e col suo fiol d’on can.

Arrivò a tempo Ferruccio con un fascio di candele che consegnò a suo padre perchè fossero distribuite.

Entrò a tempo anche la carrozza funebre, che, descritto un bell’ovale nella neve fresca della corte, venne a collocarsi sotto il portico, tagliando in due parti la folla, i signori verso la scala, la poveraglia verso la cantina. Sui berretti molli, sui cappelli a cencio, sui fazzoletti delle povere donne svolazzava il tricorno di don Giosuè Pianelli, un vecchio prete sepolto nel bavero d’un gran tabarro allacciato con una grossa catena di ferro sotto il mento.

Accanto gli stava cogli occhi velati dai neri sopracigli l’avvocato Baruffa, di cui la testa lucida e nuda splendeva in mezzo ai colori scuri come un grosso uovo di struzzo.

Aquilino Ratta, il vice-ricevitore del R. lotto, cercò d’accostare il prete e d’interrogarlo pulitamente, col dovuto rispetto alla circostanza, su quelle che dicevano le probabilità d’un testamento, mediante il