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Era il coraggio di chi perde gli ultimi quattrini in un gioco disgraziato e che, sapendo di non poter più pagare, arrischia anche quello che non ha.

— So far di meglio, per sua regola... — rispose Arabella ridendo, senza togliere mai gli occhi dal disegno. Vestita di un abito scuro di lutto, con in testa un cappelluccio tondo di paglia scura, il collo e l’ovale del viso spiccavano d’una bianchezza di smalto. Qualche fiamma di sole, passando attraverso le foglie degli alberi che facevan testa al ponte, accendeva di tenero splendore i capelli accomodati colla massima semplicità. A un soffio d’aria cento fiammelle d’oro l’investivano dando alla sua gentile persona una bellezza spirituale. Questa almeno fu l’impressione che Ferruccio, seduto in faccia sull’altro muricciuolo rosicchiato del ponte, ne ricevette, mentre ardiva contemplarla, quasi senza paura, per tutto il tempo che rimasero soli sulla strada deserta, nel dolce silenzio dei campi. L’acqua molle e verdognola del canale passava silenziosa sotto i loro piedi, scendendo a dare a bere ai prati. Tratto tratto un frullo d’ale. Un passero scendeva a saltellare sulla strada come se non ci fosse nessuno, e volava via.


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— Ho una lettera del signor Lorenzo per lei.

— Lo vede spesso?

— Quasi tutti i giorni.

Arabella sollevò gli occhi sull’abbazia e parve dimenticarsi.

— Lei sa come sono stata offesa.

— Lo so, poverina. Son cose che non si capiscono.