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carità, specialmente se chi muore ci lascia nelle mani il suo pentimento. Nulla fa tanto bene a chi va al di là come una buona speranza. E perciò Arabella spiava e aspettava il momento che il moribondo si risvegliasse dal suo torpore per dargli un affidamento che la pace sarebbe stata fatta. La raccomandazione, che il vecchio peccatore aveva scritto e affidato alla sua clemenza, se la sentiva quasi ardere nel cuore. In quest’attesa, in questo zelo pio e disinteressato di un bene supremo e urgente, ogni altra questione, ogni altro male più remoto diventava oscuro e secondario. Essa dimenticava sè stessa, il suo stato di donna avvilita e tradita, quel che era stato ieri, quel che avrebbe dovuto essere domani.


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Sei giorni durò l’agonia, durante la quale la fibra forte e resistente contrastò a oncia a oncia il terreno alla morte.

L’infermo non risvegliavasi che a brevi e a rapidi intervalli di conoscenza: e allora l’occhio estinto girava lentamente intorno in cerca di qualche cosa, soffrendo di non trovarla; e solamente quando incontravasi nel volto pallido di Arabella, quell’occhio pareva rischiararsi di una luce più serena, approfondirsi in un pensiero, parlare, sorridere....

Durante quei lunghi giorni e quell’eterne notti, Arabella non si tolse i vestiti d’addosso. Quando il corpo rotto e indolenzito dalle fatiche invocava il riposo, andava a buttarsi sul divanetto del salottino e subito il sonno la sottraeva alle pene della realtà. Era un sonno senza visioni, chiuso, dal quale usciva

E. De Marchi - Arabella. 25