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spezza dentro di me. Son più che un uomo malato, sono un uomo che si sfascia. Senti, ho la febbre. Non ho più forza. Vedo oscuro, son vecchio, son stanco, son cattivo... Ho paura di morir solo, come un cane...

Arabella, col volto afflitto da una penosa incertezza, cercò una parola d’incoraggiamento; ma le parve di capire che il viso poco prima così infocato del vecchio si coprisse d’un pallore livido, in cui i lineamenti s’indurivano in una rigidezza quasi mortale.

— Son cattivo, so che son cattivo... — seguitò con lenti sospiri, parlando quasi nelle mani di sua nuora. — Ma tu sei buona e potrai insegnarmi come si fa a vivere bene. Farò tutto ciò che mi dirai di fare. Andremo via, in campagna, lontani dal mondo, la mia volontà sarà la tua volontà. Se dirai: — Cediamo tutto, io cederò tutto, contento di dividere con te un boccone di pane...

Arabella non afferrava ancor bene il valore di queste strane parole, che somigliavano a una confessione. Sentendone le mani ardenti, vedendo il pallore mortale, andava a pensare che il vecchio delirasse.

Quel non so che di religioso e di materno, ch’era nel fondo dell’indole sua, fu tuttavia profondamente toccato dal pianto e dai sospiri del povero vecchio, che invocava pietà e misericordia. È vero: tutti lo respingevano; tutti si ergevano suoi giudici e suoi persecutori. Lo vedeva ora così malato, così abbattuto...

— Via, si faccia animo, papà, e disponga pure di me fin dove posso essere utile. Non c’è male per quanto grande, a cui Dio non trovi un rimedio ancor più grande. Lei è proprio malato, vedo bene. Ha bisogno di riposo, di tranquillità d’animo. Ha la