Pagina:Arabella.djvu/311


— 305 —

— È un tempo indiavolato! — disse la Colomba, rientrando e mettendosi in ginocchio davanti al fuoco. Le due donne rimasero così un po’ di tempo in silenzio, mentre il bricco cominciava a fremere nella brace e a mandar bollicine dal becchetto. Ravviato il fuoco, la Colomba tolse dalla dispensa una bella chicchera dall’orlo rosso e servì il caffè.

— Si scaldi lo stomaco, poveretta: il caffè rianima. Io non vorrò niente altro in punto di morte. Possiamo farci compagnia, mentre quel povero ragazzo è quieto. Lei dunque ha saputo, e ha dato un paio di schiaffi a quella... E ora non vuol tornare a casa?

— No.

— Andrà a casa, dalla sua mamma?

— Non so.

— Non sa, cara pazienza? Se io avessi un palazzo a mia disposizione, sarei così contenta di offrirglielo.

— Povera Colomba...

— Povera, sì, povera, in tutti i sensi, il mio bene. Eran più di vent’anni che vivevo tranquilla, come se il Signore mi avesse perduta di vista. Non si fa male a nessuno, veramente: e quel poco di bene che si può fare non ci rincresce. Bastò una parola per renderci i più disgraziati del mondo: l’uno è in prigione, l’altro in punto di morte, Nunziadina è convulsa per lo spavento, e io non so se sono di questo o di quell’altro mondo. Vede dunque che tutti abbiamo le nostre tribolazioni e forse le più grosse non sono ancora quelle che si possono contare.

La pioggia verso mezzanotte cominciò a calare, e prese più fiato il vento che scendeva a mugolare nella canna del camino. Le due donne rimasero un pezzo in segreti discorsi nella luce del fuoco. Ara-

E. De Marchi - Arabella. 20