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dall’acqua e dalla frusta corse a saltelloni davanti a case e in mezzo a viuzze interminabili, trascinando il legno, facendolo trabalzare agli svolti e sopra le rotaie di ferro. Arrivò finalmente dopo un quarto d’ora, trafelato, irritato anche lui, in un piazzaletto deserto presso una chiesa e si fermò davanti a una porticina.



Il fermarsi improvviso che fece la carrozza scosse Arabella da quello stato di assopimento in cui s’era abbandonata nell’appoggiare la testa alla parete del legno, nel chiudere gli occhi, nel lasciarsi cullare e stordire dal rumoreggiare delle ruote.

Saltò in terra, mise nelle mani del cocchiere il prezzo della corsa, e, senza dire una parola, sparve nell’andito oscuro della porticina, e al buio, cercando a tastoni una scaluccia, giunse sopra un ballatoio che dava verso il cortile.

Un sogno non avrebbe potuto essere più sogno di questa lugubre realtà di trovarsi a nove ore di sera sopra il ballatoio di una povera casa, in luogo sconosciuto, esposta al vento e alla pioggia, che strepitava in un cieco cortile, dove certe piantone nere si agitavano e stormivano nell’ombra.

La casa pareva deserta. Solamente un quadretto di luce, sfuggendo da una finestra, andava a sbattere sul fondo verdone di un castagno amaro, che riempiva de’ suoi rami l’angolo del cortile.

Arabella, camminando rasente il muro, lungo il ballatoio per non essere battuta dalla pioggia, picchiò leggermente nella finestra illuminata.