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positato in mano del notaio Baltresca e ho trovato che per la forma puossi considerare come un testamento di ferro, inespugnabile. È tutto di mano della defunta, debitamente firmato, con data che risale all’agosto dell’anno scorso, ed è in questo testamento di ferro, o signori, che d’una sostanza di quasi quattrocento mila lire vien nominato erede universale il signor Tognino Maccagno, primo cugino della defunta testatrice, coll’obbligo a lui di assegnare vari piccoli legati o donazioni ai parenti più bisognosi.

— Il birbonaccio! — scappò detto all’Angiolina, che non poteva più star ferma sulla scranna.

La parola non fece ridere nessuno, perchè ognuno era sotto la grave impressione di quel testamento di ferro. L’avvocato chetò la donna con un gesto della manina e seguitò:

— Noi, ripeto, non possiamo impugnare l’autenticità di quel documento chirografico e io sarei non una, ma due volte mentecatto, se volessi contrapporre a questo un altro testamento del 78, da me in parte ispirato e alle mie mani affidato dalla stessa defunta signora Carolina, due anni prima che si facessero sentire e operassero sopra di lei delle influenze, che mi limiterò a chiamare per ora poco leali e poco corrette. Di queste disposizioni del 78 farò dar lettura a voi tra poco, affinchè possiate conoscere se le ispirazioni del vostro avvocato erano in quel tempo, come s’è voluto far credere da maligni interessati, subdole e rapaci.

E sollevando a un tratto il tono della voce, con un severo aggrottamento dei sopraccigli, soggiunse:

— Signori! ciò che noi vogliamo e speriamo massimamente di dimostrare coi mezzi che la legge mette