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fregatina di mani. Quindi cominciò la pulizia degli occhiali.

Qualcuno riconobbe nel giovinotto biondo biondo un bravo avvocatino, un bel partito per una ragazza educata nei savi principii. Da un anno faceva la pratica nello studio Baruffa.

Un altro squillo nervoso di campanello. La porta si apre di nuovo, e, preceduto da un moderato scricchiolìo di scarpe, ecco entrare l’avvocato in persona, inchinarsi tre volte all’assemblea, che si alzò per rispetto, venire a stringere la mano, strisciando le suole sul mosaico, a Sidonia, al capitano, all’Angiolina, che allungò la sua col mezzo guanto di refe, all’Aquilino che arrossì un poco dell’onore (non si è mai veterani abbastanza nella vita): salutò con un cenno amichevole tutti gli altri più lontani che riassunse con una morbida occhiata e andò a mettersi nella poltrona di damasco, svolse un rotolo, si piegò verso il giovine biondo per chiedere una spiegazione, chiamò col dito il Mornigani, che corse a prendere altre carte.

Intanto la gente ebbe comodità di osservare che l’avvocato Gerolamo Baruffa, cavaliere di San Gregorio, era ancora un bell’uomo fresco, poco in là della cinquantina, colla fronte alta e spaziosa, che andava a finire in un cranio lucido come una biglia, costeggiato da capelli ancora neri. Due basette regolate e leggermente toccate da un pennello facevano comparire più candida la carnagione morbida e ben nutrita. Gli occhi grandi si nascondevano spesso sotto due folti sopracigli e non uscivano dal loro nascondiglio, se non quando avevan bisogno di perlustrare, diremo così, i dintorni d’una posizione.