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— Chi è questa Santina?

— La sora Santina era la donzella di casa Ratta, quella stessa che il signor Tognino mise alla porta.

— La donna di servizio, volete dire.

— Tutti dicevano donzella, e io sto col clero.

— La governante, la fantesca, sì, sì, la conosciamo.

— Come vuol lei, sorr... — rispose Aquilino, tirando in lungo le erre per far capire che uno può avere della superbia ed essere un bel niente. — Presente la sora Santina, la buona parente mi disse: — Aquilino, quando sarò morta sarete contenti tutti. — «Che cosa dice, signora cugina? tutt’altro lei deve campare più di noi.» «Non sarebbe giusto, dice lei, più che vecchi non si campa. Io mi ricorderò dei parenti del mio povero Gioacchino.»

— Chi è questo Gioacchino? — domandò lo scrivano, che andava pigliando degli appunti sopra un foglio.

— Gioacchino adesso non è più niente, perchè è morto: ma da vivo era il marito della povera defunta. Più tardi, il giorno di San Carlo, che è ai quattro di novembre...

— Sappiamlo... — interruppe il Mornigani, gonfiando le narici.

— Andai per farle i miei auguri e l’ho trovata seduta nella sua poltrona accanto alla finestra. — Sei Aquilino? — domandò.

Il vice-ricevitore cercò di riprodurre il tono asmatico dell’ottuagenaria.

— Sissignora, sono io, sora cugina — rispondo.

— Sei buono, Aquilino, di levarmi un dente che mi dà fastidio?