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dove dormiva il ragazzo. Stette ancora un minuto sospesa, come se tardasse apposta, per carità, a dargli il terribile colpo; ma quando sentì che picchiavano all’uscio della scala, pose una mano sulle mani del nipote, lo scosse e disse:

— Ferruccio...

— Chi è? che c’è?

— Ci son le guardie.

— Dove?

— In corte... Senti che picchiano.

Ferruccio sollevò la testa e stette col viso stravolto, forse senza capire.

— Che cosa si fa? O cari angeli, che cosa si fa?

Di fuori picchiarono più forte, finchè anche il vecchio si scosse dal suo letargo.

Ferruccio saltò dal letto, si abbottonò la giacca, ficcò le mani nella folta selva dei capelli e disse:

— Non aprite, ci penso io.

Andò in cucina intanto che suo padre, irrigidito dal freddo e intorpidito dal sonno e dalla cattiva posizione, cominciava a brancolare sul suolo per tirarsi su.

Ferruccio ripetè:

— Ci penso io...

E aprì il cassetto del tavolo di cucina per trarne un comune coltello.

La zia Colomba che gli teneva dietro lo afferrò ai polsi e mettendogli il viso quasi sul viso, con un’espressione risoluta gli disse tre volte di no, con tre rapide scosse della testa:

— No, figliuolo, il coltello no: no.

Ferruccio si lasciò dolcemente disarmare.

In quel punto una delle guardie, che pareva il