Pagina:Arabella.djvu/223


— 217 —

forza d’insistere. Si mosse come un uomo che ha smarrita la sua strada e ritorna sui passi, più per la paura di perdersi maggiormente, che non per la speranza di trovare la strada buona. Uscì coll’intenzione di cercare Lorenzo, ma, giunto dabbasso, passò nell’altra corte, salì le scale dell’ammezzato, tolse la chiavetta ed entrò nello studio.

— Uh! il grand’uomo che avrebbe voluto far processi d’ingiuria a mezzo mondo, eccolo qui, peggio degli altri, a supporre subito quasi una tresca tra la nuora e quel ragazzo... Perchè questo era stato il suo primo pensiero contro cui urtò nell’entrare quando li vide così vicini. Per questo pensiero aveva cacciato il ragazzo come si caccia un cane. Ebbene, aveva torto, non solo di immaginare certe cose, ma d’ingerirsene... lui... vecchio...

In questi pensieri che luccicavano, dirò così, nel suo cervello rabbuiato come i frantumi sparsi d’uno specchio rotto a colpi di sassi, si rintanò nella piccola stanza, dove entrò senza lume, guidato dalla scarsa luce che dalla viuzza sottoposta sbattevano i fanali sulle finestre polverose dell’ammezzato.

Rannicchiato nelle braccia della sdruscita poltrona di pelle, tra le grandi ombre delle scansie, appoggiò i gomiti ai cartocci che ingombravano la scrivania, strinse la fronte nelle mani, tentò di mettere un poco d’ordine nella confusione delle molte sensazioni che cozzavano per la prima volta a rompere l’armonia del suo cervello sano e pratico.

Ormai non c’era più dubbio: anche Arabella era contro di lui. Ferruccio doveva averle raccontato cose tremende, ingrandendo apposta parole e fatti per destare più compassione, per tirare Arabella dalla sua