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Tutto ciò il Botola aveva saputo dal Mornigani che da qualche tempo gli faceva la corte. Per questa stessa via era stato informato del tradimento del Berretta. Avvertito dalla portinaia che c’era di sopra Ferruccio e sentito dall’Augusta che il giovine pareva un morto in piedi, entrò nel salotto coll’ansietà di chi s’affretta a scongiurare qualche altro pericolo. Ma nell’entrare si arrestò di botto, come se urtasse contro una spranga di ferro.

— Eccolo, proprio a tempo!... — esclamò Arabella, alzandosi repentinamente. La sua voce era ferma e tranquilla, ma soffrì di sentire una vampa di rossore scaldarle il viso. — Questo povero giovine è venuto ad implorare grazia per suo padre. Mi si raccomandava in ginocchio colle lagrime agli occhi.

— Quel signor povero giovine favorirà a prender l’uscio e dopo l’uscio le scale e non metterà più piede in casa mia.

Il signor Tognino recitò queste parole con tono aspro e risoluto, indicando col braccio teso l’uscio semiaperto. E in quella voce sinistra, che Arabella non conosceva ancora, scaturì per un istante il vecchio Valsassina del Borgo. Ritto nel mezzo della stanza, rimase un bel pezzo in quella posizione, come se stentasse a uscire da una eccitazione malvagia che gl’induriva i muscoli.

— Senta, sor Tognino... — provò a dire il ragazzo, congiungendo le mani.

— Va via! — gridò l’altro, piegando una volta il braccio e stendendolo di nuovo a indicare la porta. — Non ho nessuna compassione di chi fa lega coi birbanti e di chi mi insulta in casa mia.

E volgendosi ad Arabella, che stava come impas-