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il vecchio, di chiudersi la via a comprendere il resto.

Un giorno, in principio di quaresima, sedeva nella sua poltrona davanti al caminetto, ancor debole e svogliata, quando l’Augusta venne ad annunciare la visita di un uomo di campagna e d’un ragazzetto.

Entrò il Pirello della Cascine, con un cesto sul braccio, in compagnia di Naldo, che aveva una lettera della mamma. Erano i soliti rimproveri. Nel suo stile blando e lagrimoso, la mamma finiva coll’accusarla d’ingratitudine e di cattivo cuore. Se non voleva procurare le due mila lire, consegnasse almeno duecento lire subito in mano del Pirello: o preferiva esporre sua madre e il suo benefattore al disonore d’un sequestro?

Le faccie contrite del vecchio contadino e del ragazzetto facevano un muto commento alla lettera.

Arabella, colta in un momento di malinconia nervosa, contrastata, offesa nelle sue intenzioni e ne’ suoi pensieri, accasciata da un rancore che non trovava in nessuna parte compatimento, invece di interrogare quei muti ambasciatori di tristezza, cominciò a piangere come non piangeva da un pezzo, come forse non piangeva più dai giorni della sua fanciullezza; era un pianto che da tre o quattro mesi andava via via addensandosi nel suo cuore.

Naldo, ammaestrato dalla mamma, si accostò alla sorella e carezzandola, le disse con una vocina di pitocchetto:

— Fallo in memoria del nostro povero papà, Ara...

Il Pirello, spremendo anche lui due lagrime di compassione colla cantilena propria dei villani furbi, che cercano d’intenerire un padrone di buona fede, entrò a dire: