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più caro del suo sacrificio, per la quale aveva quasi bussato all’uscio della morte.

Se Dio non l’aveva voluta di là, questo era un segno che il suo dovere non era ancora tutto compiuto. Ma il suo dovere, oggi, non poteva più essere, come ieri, semplicemente d’obbedire e tacere.

Il suo dovere era di combattere, forse più per gli altri che per sè. Segretamente scrisse a don Felice chiedendo qualche schiarimento e dei consigli. L’Augusta portava e riportava le lettere. Non chiesta e non desiderata, arrivò anche una lettera della zia Sidonia, che scusavasi di non venire ad abbracciare la nipote come avrebbe desiderato il suo cuore. La compassionava mostrando di separare la causa di Arabella da quella di suo suocero, uomo indegno del nome di fratello, che come aveva speculato sulla bontà dei signori Botta, costringendo un povero angiolino a sposare un uomo indegno del nome di marito, così sperava di speculare sulla dabbenaggine dei parenti, confiscando un’eredità carpita colla frode e col tradimento.

E come se queste scosse non bastassero, si aggiunsero altre noie da parte della mamma.

Questa benedetta donna si era fisso in mente che Arabella avesse i sacchi dell’oro in casa e che il matrimonio era stato fatto principalmente per aggiustare gli strappi, per rabberciare i buchi, per provvedere a tutti i bisogni della famiglia. È vero che il signor Tognino aveva dato di frego a un grosso debito, ma i bisogni erano più grossi. All’avvicinarsi della Pasqua scadeva una rata d’affitto, e i fieni erano in ribasso, le bestie valevan nulla e il povero papà Paolino, uomo in croce, non sapeva a che santo votarsi.