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stionein cui son persuaso Ella vorrà prendere la parte dei deboli e dei sacrificati. Per quanto sia difficile giudicare sulle apparenze intorno alle umane cose, pure voglio ritenere che il signor Tognino suo suocero sia veramente nel suo pieno diritto quando trattiene tutta per sè un’eredità di quattrocentomila lire, che ogni segno faceva sperare sarebbe andata ripartita non solo in pie istituzioni di carità, ma a sollievo eziandio di molti e bisognosi parenti che ne avevano ugual diritto.

Ma il sommo diritto bene spesso si riduce a ingiuria, a ingiustizia, e ciò accade tutte le volte che al bene di un solo si sacrificano i bisogni di cento e cento poverelli sofferenti, tutte le volte che si suscitano ire, odii, male passioni, querele che amareggiano la stessa ricchezza, turbano le coscienze, e caricano la responsabilità nostra di gravissimi conti.

Allo scrivere queste parole mi muove la persuasione che nulla è noto ancora alla S.V. Illustrissima di tutto ciò che si dice intorno alla eredità Ratta; ma poichè mi risulta da varie parti che nelle querele e nelle amare recriminazioni dei diseredati è ripetuto spesso anche il suo nome come quello di una complice dell’ingiustizia, a nome di antiche sue maestre venerabilissime, vengo, sebbene a malincuore, a interessarla in una questione, in cui la sua non può essere che una parola di giustizia e di carità.

Io non so vedere quel che Ella potrà fare e dire a vantaggio dei poveri: ma già fin d’ora mi lusingo di trovare in Lei una di quelle anime zelanti del bene, che non si acquietano nel dubbio e nell’incertezza. Parlando col suo signor marito e col suo signor suocero, Ella potrà mettersi in grado di ben