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— Nossignora, non c’è più — disse in fretta Ferruccio, che tremava sempre come una foglia.

— Non c’è più nessuno. È stato un equivoco... Ha creduto che fosse chi sa chi... Come si sente? vuol andare di sopra, Arabella?

Il vecchio Maccagno parlava con una voce così alterata, che egli stentò a riconoscerla per sua.

— Se queste buone vicine mi accompagnano...

Entrano l’Augusta e la Gioconda, che si strinsero amorosamente intorno alla padroncina. Arabella si sforzò di alzarsi, ma non potè reggersi. Sentiva la testa in fiamme e la vita fuggire. Le due donne presero la poltrona e la sollevarono così, mentre Ferruccio correva innanzi a spalancar gli usci. Il giovine gemeva senz’avvedersene, come quando si soffre in sogno. Fu portata su e messa subito a letto.

Una delle vicine, la moglie del mercante, capì che bisognava il dottore e ne avvertì subito il signor Tognino.

— Perchè, perchè? — domandò il vecchio sbarrando gli occhi.

— Ho paura che perdiamo le belle speranze.

Tognin Maccagno si portò i pugni stretti e angolosi alla bocca; ma non volendo mostrarsi avvilito, voltò le spalle e uscì. In anticamera trovò Ferruccio, fermo in mezzo, come un mobile dimenticato.

— Hai visto Lorenzo?

Il ragazzo disse di no colla testa.

— Sai dove sta il dottor Taruzzi?

— Sì, lo so.

— Va a chiamarlo.

Il giovane s’avviava già per uscire, quando il principale lo richiamò di nuovo: