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ripetere e per aggiungere una nuova raccomandazione a Ferruccio in favore della povera Stella, e per incaricarlo di qualche sussidio.

Svoltato appena l’angolo, era stata ravvisata dall’Angiolina, che a vederla, fu presa da una nuova idea. Lasciato il posto, dove sbraitava all’aria, l’ortolana andò incontro alla moglie di Lorenzo Maccagno, che veniva rallentando il passo, coll’animo sospeso allo spettacolo della folla insolita che ingombrava la strada, le piombò subitamente addosso come un’aquila che ghermisce una tortora, e presala per un lembo del vestito cominciò a chiamarla ladra, moglie di ladri, nuora di ladri, manutengola...

Arabella, còlta all’improvviso, trasalì, stentò a capire, e per l’istinto prese a correre verso la porta. E l’altra dietro:

— Mettilo giù quel cappellino, smorfiosa, figlia di ladri...

Arabella vide come una gran fiamma rossa, un fuoco agli occhi, affrettò di nuovo il passo, mentre sentiva il sangue precipitare. E l’altra sempre dietro, a incalzarla, a tormentarla fin sotto la porta, dove allungò la mano al collo della giovine, che inorridita gettò un grido, quel terribile grido, si rivoltò, vacillò, si resse colle mani al muro, poi vide scendere il buio, sentì la morte venire... e cadde sugli ultimi scalini.

Molti uomini, disgustati a quella scena, presa in mezzo l’ortolana, la cacciarono via, bistrattandola e battendola. Essa corse e sparì come una grossa talpa, tirandosi dietro un nugolo di ragazzi.

— È niente. State lontano, non toccatela... È niente, Arabella. Un po’ d’acqua. È meglio portarla di sopra.