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Ferruccio sentivasi venir male, gli tremavano le gambe.

A questi insulti, che salivano dalla pubblica strada, il signor Maccagno non seppe più star fermo. Saltò in piedi, venne a dare un’occhiata breve e tagliente attraverso i vetri polverosi, stringendo ancora il tagliacarte di bronzo, come un coltello, masticò senza inghiottirle delle parole amare e avvelenate, trovando nell’irritazione dell’oltraggio la forza che non gli veniva data dalla buona coscienza.

Nel livore dell’odio e della reazione selvaggia, l’egoismo, ingannando sè stesso, confondeva il legittimo diritto della difesa col diritto del più forte, che non è sempre il migliore, come pare al lupo della favola. L’uomo arido e sprezzante ritrovava nella necessità della battaglia quasi un senso di orgoglio, che si accompagna sempre al valore, qualunque sia la causa per la quale si combatte. E come si sa, l’orgoglio si confonde spesso coll’onorabilità e aiuta con questa a confondere le idee, o almeno quelle che non desiderano troppo d’essere chiarite.

Erano nell’affarista quasi due nature in cozzo tra loro. L’una, la primitiva, capace di idee buone e generose; e una seconda, quella del mestiere, che non intendeva che una ragione sola, l’interesse. Queste due nature s’eran fatte quasi due abitazioni nella sua coscienza, e come due vicine in discordia, cercavano sempre di non incontrarsi e di non farsi vedere insieme; si può dire che invecchiassero nella stessa casa, quasi senza conoscersi, odiandosi, respingendosi a vicenda, in una paurosa attesa, quale di loro due sarebbe morta prima, e quale sarebbe rimasta padrona assoluta della casa.