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sulla manica dall’altro braccio come se l’asciugasse davvero. — Nemmeno quando si giuoca a tarocco mi piace di gridare, vero, caro cugino? perchè chi ingiuria, punto primo, ha sempre torto, e a me piace discorrere.

— Dunque avete delle prove? — riprese il caro cugino con piglio bonario, ripigliando la penna.

— Benedetto! non si vuol mica portar via il testamento, ma se nel tagliare il panettone, per un esempio, cascano delle briciole...

— Il notaio Baltresca sa quel che deve fare.

— Darà cento lire a testa per elemosina. Cento lire, caro Tognino, sono in queste condizioni un insulto.

— E allora fate una causa.

— Lei dice così perchè sa che non siamo in grado di fare una causa.

— E allora lasciate stare... — seguitava a ripetere pazientemente l’altro, bagnando spesso la penna e scrivendo, scrivendo e bagnando.

— Tanto fa come dire: affogatevi, strozzatevi, ungetevi di lucelina e datevi il fuoco.

— Oh insomma...! io non vi chiedo che una cosa sola... — proruppe questa volta con un gesto d’impazienza l’abile affarista, aprendo le due mani come due ventagli.

— Quale? — ebbe ancora l’ingenuità di chiedere il vice-ricevitore.

— Le prove!

Aquilino capì che non istava più della sua dignità d’insistere. Il diavolo fa i birboni e poi li accieca. Si mise il cappello in testa e si cacciò le due mani nelle tasche sotto le falde del suo stiffelio della