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tirasse un mantice per dar fiato all’organo, ma non mandò fuori che un sordo mugolìo.

Toccò ancora all’Aquilino andare innanzi:

— Farò un paragone. Non abbiamo in mano la carta del salame, per dire che qualcuno ha mangiato il salame; ma ne sentiamo l’odore. Il nostro buon cugino Tognino sa bene i suoi conti e può insegnare, mi vien da ridere, il calcolo sublime a tutti noi; ma io ho visto il mondo. Sono stato in Calabria e so, corpo di Bismarck, che a questo mondo un po’ per uno fa male a nessuno. Un’occhiata anche a noi, dalla parte di Dio! Si lavora come bestie, siamo carichi di figliuoli, e qualche cosa bisogna pur che si mangi anche noi per poter stare in piedi...

— Adesso ho capito. Prove non ne avete che io ho rubato un testamento, come dite voi; ma siete in trenta, siete in quaranta e credete di farmi paura. Non potendo portarmi via l’eredità, perchè la legge mi dà la forza e io sono nel mio diritto, vorreste colle vostre prediche spillarmi dei quattrini, quasi in forma di tacitazione per poter dire dopo: Vedete? Se ci ha dato questo, è perchè sa d’avere la coscienza sporca. Son più vecchio di voi e conosco le trappole. Il notaio Baltresca sa quel che deve a ciascuno. Per conto mio non dò un quattrino a nessuno.

Tognino parlò con voce secca, gestendo con furia coll’indice magro, magro, col tuono d’uomo irritato e offeso nel suo diritto.

L’Angiolina, prima ancora ch’egli avesse finito il suo ragionamento, appoggiati i pugni ai fianchi robusti, camminando con passi piccoli e strisciati come una ballerina, era venuta a piantarsi davanti al ta-

E. De Marchi - Arabella. 9