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libro i. 23

     Sacrileghe insolenze. Anco già tempo
     Fama è che degli dei fean beffa e scherno
     I figli d’Aloéo, cui tu di forza
     Pur non pareggi; e, ben che forti, entrambo
     605I presti dardi li domâr d’Apollo.
Tacque, ciò detto. Ida diè un ghigno, e gli occhi
     Sbiecando, petulante a lui dicea:
     Su via sciorina i vaticinii tuoi;
     Di’ s’anco a me daran gli dei tal morte,
     610Qual diè tuo padre agli Aloidi. Pensa,
     Pensa al come però dalle mie mani
     Potrai salvo scampar, se avvien ch’io poi
     Oracolista menzogner ti colga.
D’ira sbuffò, così dicendo; e scorsa
     615Più la lite sarìa, se tutti ad una
     I compagni gridando, e Giason pure,
     Non contenean que’ moti. Orfeo la cetra
     Prese allor nella manca, e sciolse un canto.
     Cantò come la terra e il cielo e il mare
     620Prima in sola una massa eran confusi,
     E ciascun poi da quel discorde misto
     Fu partito e distinto; e come han sempre
     Nell’etere le stelle un fisso lume,
     E quale è della Luna e qual del Sole
     625L’aerea strada, e come i monti in alto
     Surser dal piano, e i fragorosi fiumi
     Nacquero in un con le lor Ninfe, e tutti
     I semoventi corpi. E cantò poi
     Come Ofiòne a’ primi tempi, e seco