Pagina:Apollonio Rodio - Gli Argonauti, Le Monnier, 1873.djvu/289


libro iv. 263

     Poi che i venti notturni avean sommossa
     L’arena sì, che ogni vestigio, ogni orma
     N’era scomparsa. I due di Borea figli
     1930Tosto mossero in loro ali fidando,
     Ne’ piè celeri Eufemo, e quei che lunge
     Scerne, acuti vibrando occhi, Linceo.
     Quinto fu Canto, cui de’ numi il fato
     E il forte animo suo spinser d’Alcide
     1935Alla ricerca per saper da lui
     Ove lasciato egli ha d’Èlato il figlio,
     Polifemo; chè a lui troppo era a cuore
     Del suo compagno investigar la sorte.
     Ma costui, poi che a’ Misii ebbe fondata
     1940Un’illustre città, per lunghe vie
     Camminando di terra Argo cercava;
     Ma de’ Calibi giunto alle marine
     Coste, la Parca ivi l’estinse, e a lui
     All’ombra d’un gran pioppo in riva al mare
     1945Posto fu il monumento. Or poi d’Alcide
     Solo parve a Linceo lontan lontano
     La figura veder, come taluno
     O vede appena, o di veder gli pare
     In fra le nubi la novella luna;
     1950Però disse tornando a’ suoi compagni,
     Che per correr ch’uom faccia a quella volta
     Niun potrebbe arrivarlo. E sì ritorna
     Il piè-celere Eufemo, ed ambo i figli
     Del Tracio Borea tornano delusi
     1955Di lor vana fatica. Ma te, Canto,