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Pagina:Apollonio Rodio - Gli Argonauti, Le Monnier, 1873.djvu/194

168 argonautica.

     1095Velo si getta in su l’ambrosia testa.
     Così nelle sue stanze indi s’aggira
     Immemore de’ guai che tanti innanzi
     Già le stavan parati, e d’altri molti1
     Che venir dovean poi. Chiamò le ancelle,
     1100Che dodici, d’età pari, e non anco
     Partecipi di nozze, avean lor sede
     Nell’atrio innanzi al talamo odorato,
     E comandò che immantinente al cocchio
     Giungano i muli che condur la denno
     1105D’Ecate al ricco tempio. E quelle il cocchio
     S’affrettâr d’apprestarle; ed ella trasse
     Quel farmaco dall’arca, al qual dan nome
     Di Prometèo. L’uom che propizia pria
     Fatta a sè con notturni sagrificii
     1110Ha la diva Proserpina, e di quello
     Indi il corpo si spalma, ei nè piagato
     È da colpi di ferro, e nè pur cede
     A foco ardente, e di valor per tutto
     Quel dì più forte e di vigor diviene.
     1115Pria dal sanguigno umor dell’infelice
     Prométeo, cui la cruda aquila in terra
     Cader lasciò là ne’ Caucasei monti,
     Nato su doppio stelo un fiore apparve
     Alto un cubito quasi, e di colore
     1120Pari al Coricio croco, e nel terreno
     Rossa, qual carne allora allora incisa,
     Si stendea la radice, ond’ella espresse

  1. Var. al v. 1098. Già le stavan parati; e de’ maggiori