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Pagina:Apollonio Rodio - Gli Argonauti, Le Monnier, 1873.djvu/186

160 argonautica.

     Il suo letto solingo, piange e tace,
     Perchè beffarde un oltraggioso scherno
     Non ne faccian le donne; in simil guisa
     Dolevasi Medea. Di ciò s’accorse
     870Quivi sopraggiungendo una di sue
     Giovani ancelle, e incontanente avviso
     A Calcìope ne diè, che fra’ suoi figli
     Stavasi appunto a consultar del come
     Procacciarsi il favor della sorella.
     875Nè l’annunzio impensato ella restìa
     A creder fu, ma paventosa corse
     Dalla sua stanza a quella ove l’afflitta
     Giacea gemendo, e con ambe le mani
     Graffiandosi le gote; e a lei suffusi
     880Visto gli occhi di lagrime, le disse:
     Ohimè, Medea! che hai? perchè ne versi
     Queste lagrime? di’ che mai t’avvenne?
     Quale acerbo t’assale aspro cordoglio?
     T’incolse forse alcun morbo le membra
     885Per divino volere, o forse udisti
     Qualche dal genitor fiero rabbuffo
     Contro a me, contro a’ figli? Oh me veduta,
     Nè questa casa avesse mai, nè questa
     Città, ma stato ognor foss’egli in terra
     890Ove fosse de’ Colchi ignoto il nome!1
Sì disse, e all’altra s’infìammâr le gote;
     E risponder volea, ma virginale
     Pudore a lungo dal parlar la tenne.

  1. Var. al v. 890. Ove nè giunto è pur de’ Colchi il nome!