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Pagina:Apollonio Rodio - Gli Argonauti, Le Monnier, 1873.djvu/168

142 argonautica.

     Pieno fu quel ricinto, e rumoroso
     Di genti e d’opre. Altri de’ servi intorno
     Stanno occupati ad un gran toro; ed altri
     360Fendon col ferro aride legne; al foco
     Scaldan altri i lavacri, ed uom non evvi
     Che in servigio del Sire inerte stia.
Intanto Amor nel chiaro aere scorrendo
     Invisibile giunse, aspre trafitte
     365Presto a far, come giovani giumente
     Al pasco assale il pungiglioso insetto,
     Cui nomano tafano i mandrïani.
     Dell’atrio stè dietro l’imposte, e l’arco
     Tese, e una nuova addolorante freccia
     370Cavò dalla faretra. Cheto cheto
     Con prestissimo piè passò la soglia,
     Qua e là guatando intentamente, e sotto
     Allo stesso Giason sguisciò col picciolo
     Corpo; la cocca a mezzo il nervo impose,
     375E con ambe le man tirò di forza
     Dritto a Medea. Muto stupor comprese
     A lei gli spirti; ei dal regal palagio
     Scappò ghignando. Alla donzella intanto
     S’accendeva nel cuor l’infisso dardo
     380Simile a fiamma, ed a Giason di contro
     Sempre in lui gli ardenti occhi ella gittava,
     E concitati aneliti d’affanno
     Traea dal petto; nè più d’altra cosa
     Avea memoria, e in un’ambascia dolce
     385L’anima le si stempra. E qual la donna