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Pagina:Apollonio Rodio - Gli Argonauti, Le Monnier, 1873.djvu/160

134 argonautica.

     Pubblicamente, perocchè il cattivo
     Minacciommi che s’io lunge le mani
     Non tenessi da lui, mentre lo sdegno
     Egli ancor contenea, di quel che poi
     135Ne seguirebbe accuserei me stessa.
Sorrisero le dive, e l’una e l’altra
     Si guardâr di sottecchi. Corrucciata
     Venere allor così riprese: Agli altri
     Son di riso i miei guai: non mi sta bene
     140Narrarli, no: basta li sappia io sola.
     Or poichè d’ambe voi questo è il desio,
     Prova farò di raddolcirlo, e spero
     Non restìo mi sarà. Disse, e Giunone
     Le prese in man la dilicata mano,
     145E con dolce sorriso le soggiunse:
     Or così, Citerea; fa tosto adunque
     Come far ne prometti, e nè disdegno
     Non mostrar, nè rancore, e non far lite1
     Col figliuol tuo: s’abbonirà dappoi.
150Surse in quel dire, e Palla anch’essa, ed ambe
     Fêr di quivi partita. Allor Ciprigna
     Mosse in traccia di lui per li recessi
     Qua e là d’Olimpo, e in appartato loco
     Lo rinvenne, di Giove entro un fiorito
     135Orto, con Ganimede, il giovinetto
     Cui Giove in ciel fra gl’immortali assunse,
     Di sua bellezza innamorato. Insieme
     Stavano là come fanciulli amici

  1. Var. al v. 148. Mostrar, nè irata rinnovar litigi