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libro iii. 133

     Taceasi, e riverente riguardava
     Giuno a sè supplicante; indi risposta
     105Così le fece con blande parole:
     Augusta dea, nulla pur sia che tristo
     Possa dirsi giammai più di Ciprigna,
     Se a’ desiderii tuoi ritrosa io niego
     O parola o alcun’opra, a cui bastanti
     110Sien le imbelli mie mani; e di ciò nullo
     Di favor contraccambio a me ne venga.
Più non disse Ciprigna, e Giuno a lei
     Scortamente soggiunse: Or nè di forza
     Noi, nè d’opra di mani abbiam bisogno;
     115Ma sì ben che tu solo al figliuol tuo
     Imponer vogli d’instillar nel cuore
     Della vergin d’Eeta un amoroso
     Per Giasone desìo. Se con lui dessa
     Si concorda d’affetto, agevolmente
     120Quegli, cred’io, con l’auree lane a Jolco
     Ritornerà; chè assai scaltrita è quella.1
Ad entrambe le dive allor Ciprigna:
     A voi, Giuno e Minerva, il figliuol mio
     Più che a me stessa obbedirà: di voi,
     125Ben che impudente, alla presenza vostra
     Qualche po’ di vergogna avrà fors’egli:
     Di me non cura, anzi con me fa sempre
     Lite, e mi sprezza, a tal che un dì stizzita
     Della malizia sua, rompergli l’arco
     130Volea con esso i mal fischianti dardi,

  1. Var. al v. 121. Tornerà, chè scaltrita è quella assai.