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166 Delle Croniche di Trento


Le altre città essersi temerariamente precipitate, da per se haversi procurate le domestiche calamità, datesi in preda alle proprie miserie.

Non mancarono però chi invidiorno l’ottima natura di quel Prencipe, la di lui buona & prudente amministratione, & chi non potevano tollerare ne vedere con buon occhio tanta sua auttorità, & potere nella Città; Fù acciò restasse deposto da quella carica nascosamente da maligni querelato appresso Cesare: ma poco gli giovò, perche l’Imperatore conosciuta, & scoperta la malignità d’invidiosi confermò nel suo officio Giorgio già esperimentato, fedele, & prudentissimo nel governo, volle ad onta de persecutori restasse in tante turbolenze, & disaggi di guerre al governo di quella Città, e continuasse al dispetto de malvaggi nella sua carica.

Che perciò fù opinione morisse quel buon Prelato per arte, & opera d’un certo tal perverso, & temerario huomo, qual in quel tempo si ritrovava in Verona, & pretendeva quella Prefettura, ma essendo la di costui arroganza dalla virtù di Giorgio rafrenata, conobbe, che mai havrebbe potuto ottenere officio d’honore, in quella Città, mentre dominava il Trentino, si che era bisogno togliersi dalla Città, ò far sì, che restasse il Prelato estinto.

Dovendosi dunque appigliarsi ad uno de partiti, determinò levarsi dalli Occhi Giorgio. Cominciò tramargli inganni, l’assalì fraudolentemente, & finalmente ne riportò l’intento, perche rimase morto il buon Vescovo. Dunque questo prudentissimo Vescovo doppò, che hebbe superata con la sua sapienza la potenza de Venetiani, ridotta Verona à segno, & modo di Città libera, tante fiate aquetati gli popoli frà di loro contrarij, & agitati da civili discordie, tante volte salvata la Città da rapine, sacomani, incendij, havendo di già proposto far una ritornata à Trento da infelice, & infausta constelatione, ma da ferma sospetione di veneno perdè la vita, ancorche altri vogliono morisse da naturale infermità; gli indicij però sono à questa opinione evidentemente contrarij, il di lui cadavero restò tutto livido, & per bocca uscivano spume, manifesti effetti del Veneno.

Molto increbbe à Veronesi la morte di Giorgio, tanto da loro applaudato, amato, & desiderato, erano le sue attioni da ciascuno (il che è particolar dono) appovate, à tutti riusciva grato. Maledivano con crudeli essagerationi gli inventori di tal iniquità, affermando che non haveano offeso Giorgio, ma il ben publico di quella Città. Si sentivano voci frà il buio della note, che esclamando contro il traditore dimandavano il loro Prefetto. Rendici (dicevano) il