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117 ANNALI D'ITALIA, ANNO XXXVIII. 118

Tiberio, principe di umor tetro, le pubbliche allegrie, i giuochi, gli spettacoli erano divenuti cose rare. Cajo non tardò a rimetter tutto in uso, e con grande accrescimento: cose tutte stupendamente applaudite dal popolo1. Dopo aver tenuto il consolato per due mesi, lo rinunziò ai due consoli destinati da Tiberio. Il nome loro non è noto. Stimò il Pighio, che fossero Tiberio Vinicio Quadrato e Quinto Curzio Rufo. Se di queste maravigliose azioni di Cajo Caligola si rallegrasse Roma, veggendo un aspetto sì bello con tanta differenza dal precedente sanguinario governo, non è da chiederlo. Talmente si rallegrò quel popolo a sì gran mutazione di scena, che, per testimonianza di Svetonio, nei tre mesi seguenti dopo la morte di Tiberio, cento sessantamila vittime furono svenate in rendimento di grazie ai loro falsi dii. Ma durò ben poco questo ciel sì ridente, siccome nell’anno seguente apparirà. Artabano re de’ Parti, che in addietro odiò forte Tiberio, udita la di lui morte, se ne rallegrò e diede tosto adito ad un trattato di pace. Scrive Dione ch’egli stesso ricercò l’amicizia di Cajo. Ma Svetonio e Giuseppe Ebreo raccontano, che fu Vitellio governator della Soria il promotore di quell’accordo per ordine di Cajo. Seguì in fatti fra esso re e Vitellio un magnifico abboccamento in un ponte fabbricato sull’Eufrate, e quivi fu conchiusa la pace con condizioni onorevoli per gli Romani.


Anno di Cristo XXXVIII. Indizione XI.
Pietro Apostolo papa 10
Cajo Caligola imperadore 2.


Consoli


Marco Aquilio Giuliano e Publio Nonio Asprenate


Era già cominciato nel precedente anno un impensato cambiamento di vita e di massime nel da noi osservato finora [p. 118]sì amorevole e grazioso Cajo Caligola. Rapporterò io qui ciò che accadde allora e nel presente anno ancora2. I conviti, le crapole ed altre dissolutezze di una vita sensuale, a cui si abbandonò di buon’ora questo nuovo imperadore, cagion furono ch’egli cadde nel mese d’ottobre sì gravemente malato, che si dubitò di sua vita3. Appena si riebbe, che di volubile, qual era dianzi, cominciò a comparir stranamente agitato da vari e fieri capricci, quasi che la mente sua per la sofferta malattia avesse patito qualche detrimento, con peggiorar da lì innanzi di maniera, che Roma, sì maltrattata sotto Tiberio cattivo, senza paragone sotto questo pessimo maestro divenne teatro di calamità. Aveano fatto i Romani delle pazzie pel tanto desiderio ch’egli superasse quel malore, perchè dopo aver Cajo dato sì glorioso principio al suo governo, si figurava ciascuno riposta tutta la pubblica felicità nella conservazione della di lui vita. Due persone fra l’altre, cioè Publio Afranio Potito, uomo popolare, ed Atanio Secondo, cavaliere, fecero voto, l’uno di dar la propria vita, se egli ricuperava la salute, l’altro di combattere fra i gladiatori, con esporsi al pericolo della morte, purchè Caligola guarisse. Guarito ch’egli fu, d’inesplicabile giubilo si riempiè tutta la città. Ma non tardò molto a cangiarsi scena. La prima sua strepitosa iniquità quella fu di levar di vita Tiberio Gemello, nipote legittimo e naturale di Tiberio Augusto, e da lui adottato per figliuolo, con obbligarlo ad uccidersi da sè stesso; perciocchè Cajo sì scrupoloso era, che non potea permettere a chicchessia di torre la vita al nipote di un imperadore. Per iscusa di questa crudeltà addusse l’essere egli stato accertato, che il giovinetto Tiberio si era rallegrato della sua infermità, ed avea desiderata la sua morte. Passò oltre il suo bestial capriccio con esigere, che chi avea fatto voto della vita, per salvare la sua,

  1. Sueton. in Cajo, cap. 17. Dio., lib. 59.
  2. Dio., lib. 59.
  3. Philo., in Legatione ad Cajum.