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99 ANNALI D'ITALIA, ANNO XXXIV. 100

ingiustizie commesse in quest’anno degna è di menzione l’usata da Tiberio contro di Sesto Mario, da lungo tempo suo amico che, col favore principesco, giunto era ad essere il più ricco gentiluomo della Spagna. Avendo egli una figliuola di bellissimo aspetto, per timore che Tiberio non gliela facesse rapire, come solito era con altri, la trafugò in luogo dove fosse sicura. Avvertitone dalle sue spie Tiberio, fece accusar amendue d’incesto, e gittar giù della rupe tarpeja i lor corpi, con far sue le immense ricchezze dell’infelice Mario. Tacito racconta molti altri spettacoli di somiglianti crudeltà accadute in quest’anno, senza che mai si saziasse il genio sanguinario di Tiberio. Strano bensì parve ai più del popolo, ch’egli in un certo dì facesse morire tutti i principali spioni ed accusatori, e proibisse a tutte le persone militari il far questo infame uffizio, benchè lo permettesse ai senatori e cavalieri. Ma si può ben credere ciò fatto per comparire disapprovatore di que’ maligni stromenti, dei quali si serviva la stessa di lui malignità per far tanto male al pubblico. Erano eziandio cresciute a dismisura le usure in Roma; e contro dei debitori furono in quest’anno portate istanze ed accuse assaissime al senato; nè piccolo era il numero di coloro che, ascondendo la pecunia d’oro e d’argento, ne faceano scarseggiare la città. Si vide allora un prodigio di Tiberio. Mise egli nel banco della repubblica una gran somma d’oro e d’argento, da prestarsi a chiunque ne abbisognasse, e desse idonea sigurtà, senza che per tre anni ne pagassero frutto: azione applaudita da ognuno, ma che non fece punto sminuire il comune odio contro del tiranno. Ad Elio Lamia prefetto di Roma defunto succedette in quell’uffizio Cosso, per attestato di Tacito e Seneca1. E Marco Coccejo Nerva, giurisconsulto insigne di questi tempi, ed uno del consiglio di Tiberio, non potendo più, siccome[p. 100] uomo giusto, tollerar le iniquità di quel mostro, se ne liberò con lasciarsi morir di fame: nè per quante preghiere gli facesse Tiberio, per saper la cagione di tal risoluzione, e per tenerlo in vita, volle mutare il fatto proponimento.


Anno di Cristo XXXIV. Indizione VII.
Pietro Apostolo papa 6
Tiberio imperadore 21.


Consoli


Paolo Fabio Persico e Lucio Vitellio


A questi consoli ordinari si crede che ne succedessero nelle calende di luglio due altri2, de’ quali si è perduto il nome. E ciò perchè avendo questi ultimi consoli celebrato l’anno ventesimo compiuto dell’imperio di Tiberio, fecero anche dei voti agli dii pel decennio venturo, come fu in uso a’ tempi d’Augusto. Quella gelosa bestia di Tiberio, che avea preso l’imperio non per dieci, nè per venti anni, ma finchè a lui piacesse, parendogli che volessero far conoscere, che la di lui potestà dipendea dall’arbitrio del senato, fece accusarli tutti e due e condannarli, e pare che fosse anche abbreviata immediatamente loro la vita. Questo Persico probabilmente è quello stesso che fu mentovato da Seneca3, per uomo di cattiva riputazione. Ma nulla di un fatto tale, che avrebbe fatto più strepito di tant’altri, si ha presso Tacito, il qual pure accenna le morti di molti altri di dignità inferiore. Dione stesso attribuisce quei voti e quell’innocente fallo ai consoli ordinari; e pure noi sappiam da Svetonio4, che Lucio Vitellio, console nel presente anno e padre di Aulo Vitellio che fu poi imperadore, dopo il consolato ebbe il governo della Soria, e campò molto dappoi. Parimente di Fabio Persico, sopravvissuto, s’ha memoria presso

  1. Seneca, epist. 81.
  2. Dio., lib. 58.
  3. Seneca, de benefic., lib. 2, cap. 21.
  4. Sueton. in Vitellio, c. 2.