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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/615


l’anno presente, e queste cel fanno vedere in Sirmio e Tessalonica. Nè apparenza alcuna ci è ch’egli venisse a Roma, come s’avvisò il cardinal Baronio3233, il quale racconta succeduto in quella gran città il battesimo d’esso Augusto, la sontuosa donazione che si pretende da lui fatta alla Chiesa romana, la lepra del medesimo, con altri assai strepitosi avvenimenti. Niuno v’ha oggi dei letterati che non conosca essere tai fatti invenzioni favolose de’ secoli posteriori, nè io mi fermerò punto ad esporne la falsità, perchè superfluo sarebbe il dirne di più. Quel sì che può appartenere all’anno presente, si è la premura del piissimo Costantino per soffocare la già insorta eresia d’Ario contraria alla divinità del nostro Signor Gesù Cristo. Gran tumulto per questa bolliva in Egitto e nei paesi circonvicini; ed Alessandro vescovo santo di Alessandria avea già scomunicato l’ostinato eresiarca. Maraviglia è che Costantino solamente catecumeno allora nella fede di Cristo, dopo aver vedute le dissensioni de’ cristiani nell’Africa per la petulanza de’ Donatisti senza poterle acquetare, trovando nato anche un più fiero scisma per cagion d’Ario, non si scandalizzasse e formasse cattiva opinion de’ cristiani. Ma il saggio Augusto, ben riflettendo questi non essere mali o difetti della religione in sè santissima, ma bensì dei mortali troppo esposti al furor delle passioni; e sentendosi ben radicato nell’amore d’essa religione, concepì anzi uno zelo grande per ismorzar quell’incendio. Perciò da Nicomedia spedì un suo fedel deputato ad Alessandria, che si crede essere stato Osio, insigne vescovo di Cordova, per mettere la pace fra Alessandro ed Ario. Bellissima è la lettera da lui scritta in questa occasione, rapportata da Eusebio Cesariense, se non che egli si mostra in essa poco conoscente della controversia de’ cattolici con Ario, perchè probabilmente mal informato da Eusebio vescovo di Nicomedia, gran protettore del medesimo Ario, e sommo imbroglione, il quale si era, non ostante i suoi demeriti, introdotto forte nella corte dell’imperadore. Venuta dipoi una sincera informazione del fatto, scrisse egli un’altra lettera piena di zelo contra dell’eresiarca. Ma indarno la scrisse. Chiaritosi dipoi che non v’era mezzo per mettere in dovere l’orgoglioso Ario, perchè assistito e fomentato da varii vescovi suoi partigiani, non potè lo zelantissimo principe ritener le lagrime, e ricorse poi al ripiego di far celebrar per questa causa nell’anno seguente il famoso concilio di Nicea, di cui parleremo. Credono il Baronio3234 e il Tillemont3235 che in questi tempi avvenisse ciò che racconta s. Giovanni Grisostomo detto da san Flaviano a Teodosio Augusto. Cioè che avendo i furiosi Ariani in Egitto scoperto l’Augusto Costantino contrario all’empia loro opinione, sfogarono la loro rabbia contra delle di lui statue, sfregiandole con una pioggia di sassate. Saputo che l’ebbe, non se ne alterò punto il magnanimo imperadore; e perchè i suoi cortigiani pur lo instigavano a farne vendetta, si mise la mano al volto, e tastatoselo, sorridendo poi disse che non si sentiva ferita alcuna: il che fece ammutolire gli adulatori consiglieri. Benchè poi, per quanto ho detto, poche leggi si riconoscano date nell’anno presente da Costantino, pure Eusebio3236 si stende a raccontar varie nobilissime di lui azioni e costituzioni fatte, dappoichè colla caduta di Licinio egli ebbe uniti gli imperii d’Occidente e d’Oriente, tutte in favore del pubblico e della professata da lui religione di Cristo. Molte furono le provvisioni da lui fatte per rimettere la felicità nelle conquistate provincie dell’Oriente e dell’Egitto, diffondendo spezialmente le rugiade della sua munificenza sopra que’ popoli cotanto in addietro