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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/581


da donna saggia e di petto costante: che si maravigliava di una tal proposizione, come empia, pendente lo scorruccio del defunto consorte, e parere a lei strano ch’egli volesse abbandonar una moglie senza alcun demerito suo; e che questo procedere apriva a lei gli occhi per temer tutto da lui; in somma non essere permesso ad una persona del suo grado di pensare ad un secondo marito, come cosa scandalosa e senza esempio. Udita ch’ebbe Massimino questa generosa risposta, cangiossi tutta la libidine sua in odio e furore. Cacciò Valeria e tutti i suoi in esilio, senza assegnar loro un luogo fisso, e con farla vergognosamente condurre qua e là. Occupò tutti i di lei beni, le levò i suoi ufficiali, fece tormentare i suoi eunuchi, e mosse guerra alle nobili dame della di lei corte, alcune delle quali condannò alla morte con false accuse di adulterio, quando egli sapeva che erano più caste di quel ch’egli stesso voleva: iniquità che accrebbe a dismisura l’odio di ognuno verso questo manigoldo tiranno. Come terminasse la tragedia d’essa Valeria non tarderemo ad udirlo. Mosse anche guerra Massimino, per attestato di Eusebio, ai popoli dell’Armenia, perchè, siccome cristiani, non voleano far sacrifizii ai falsi dii; ma con poco suo utile. La fame e la peste anch’esse fecero guerra alle di lui armate. Mentre tali cose succedevano in Oriente, Costantino Augusto si applicava a stabilire una buona pace nelle Gallie, per essere in istato di rispondere in buona forma alle minacce3017 che andava facendo Massenzio tiranno di Roma contro di lui, servendosi del pretesto della morte di Massimiano Erculio suo padre, benchè in suo cuore non ne avesse disgusto. Visitò Costantino3018 in quest’anno la città di Autun, e trovandola desolata, rimise a quel popolo i debiti di cinque anni addietro contratti col fisco, e parte delle imposte per gli anni avvenire: il che fu di mirabil sollievo a quella città, la quale da lì innanzi prese il titolo di Flavia dalla famiglia dell’Augusto benefattore. Fu in questa congiuntura che l’oratore Eumene, o Eumenio, recitò in lode di lui un panegirico che resta con altri tuttavia. Pensava in fatti Massenzio di far guerra a Costantino, e già avea disegnato di passar pei Grigioni nelle Gallie, con formar de’ mirabili castelli in aria, cioè figurandosi di poter atterrar Costantino con facilità, e poi d’impadronirsi della Dalmazia e dell’Illirico, con abbattere l’Augusto Licinio, dominante in quelle parti. Ma prima d’intraprendere questa guerra, giudicò meglio di ricuperar l’Africa3019. Quivi tuttavia sussisteva l’usurpatore Alessandro che avea preso il titolo d’Augusto. Colà fu inviato assai nerbo di gente Rufio Volusiano prefetto del pretorio, che probabilmente dopo tale impresa fu assunto al consolato. Menò egli seco Zena, uomo che egregiamente intendeva il mestier della guerra, ed era in credito d’uomo pien di mansuetudine. Poca fatica durò questo capitano a sbrigarsi di quel tiranno, con aver messo in fuga i di lui soldati. Restò egli preso e strangolato. Bella occasion fu questa pel crudele Massenzio di spogliar del suo meglio l’Africa tutta. Non vi fu persona, nobile o ricca, che a torto o a diritto non fosse processata e condannata come aderente all’estinto Alessandro, con perdere perciò vita e roba. Oltre a ciò, ordinò l’empio Massenzio che fosse dato il sacco e il fuoco a Cartagine, città allora delle più belle e riguardevoli del mondo, non che dell’Africa. In una parola, per tante crudeltà rimasero affatto impoverite e rovinate tutte le africane provincie; e pure delle lacrime di que’ popoli si fece trionfo e falò in Roma, città nondimeno con ugual furore maltrattata dallo stesso Massenzio, siccome fra poco dirò.