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Pagina:Annali d'Italia, Vol. 1.djvu/575


vi aggiugne anche Diocleziano; ma niuno scrive ch’egli mai ripigliasse la porpora. Da tanti principi ognun può immaginare qual confusione dovesse esser quella de’ pubblici affari. Sembra nondimeno che, a riserva di Massenzio, gli altri andassero in qualche maniera d’accordo insieme. Quanto a Massimino, già appellato Daza, come dicemmo, uscito da parenti rustici e vili nell’Illirico, egli si era tirato innanzi colla profession delle armi, e tuttochè si dica ch’egli fosse uomo quieto2977, pure abbiamo da Lattanzio2978 e da Eusebio2979, ch’egli fu un grande assassino de’ popoli a lui sottoposti, con ispogliarli per arricchire i soldati, e del pari superstizioso e fiero persecutor de’ Cristiani, come risulta dalla storia ecclesiastica. Chiarito in questi tempi Massimiano Erculio, che poco a lui profittavano le cabale sue ne’ paesi di Galerio Augusto, se ne promise miglior effetto presso di Costantino imperadore, genero suo e figliuolo di un suo genero. Andossene dunque2980 a trovarlo nelle Gallie, fu ricevuto da lui con tutti gli onori, alloggiato nel palazzo, e sì nobilmente provveduto di tutto2981, come s’egli fosse padrone in quelle parti, volendo Costantino che ognun l’ossequiasse ed ubbidisse quasi più di lui stesso. Allora l’astuto vecchio, trovandosi in mezzo a tanti comodi, per far ben credere al genero di non covar più pensiero alcuno di regno, e di voler terminare in pace al pari di Diocleziano i suoi giorni, depose la porpora, e si ridusse ad una vita privata, in cui non mancava a lui delizia veruna. Tutto questo per più facilmente ingannare l’Augusto genero. Avvenne che i Franchi fecero in questi tempi qualche movimento d’armi contro le terre romane. Marciò a quella volta Costantino con poca gente e alla sordina, così consigliato da Massimiano, per sorprendere i nemici; ma altro in testa avea il tuttavia ambizioso suo suocero. Sperava costui che Costantino restasse involto in qualche grave pericolo, e di poter egli intanto impadronirsi dell’armi e milizie lasciate addietro. In fatti, da che si fu separato da lui, s’inviò verso Arles, dov’era il grosso delle soldatesche, consumando nel cammino tutti i viveri, affinchè mancassero a Costantino, caso ch’egli si rivolgesse a quelle parti. Giunto ad Arles, di nuovo assunse l’abito imperiale, s’impossessò del palazzo e de’ tesori, dei quali tosto si servì per adescare e tirar dalla sua quelle soldatesche; scrisse del pari all’altre più lontane, invitandole con grandiose promesse, e screditando presso tutti un genero, da cui tante finezze avea ricevuto Costantino, che non molto si fidava di questo inquieto vecchio, e gli avea lasciato appresso delle spie, immantinente fu avvertito de’ primi moti del suo tradimento, e però a gran giornate dal Reno sen venne ad Arles, prima che Massimiano avesse preso buon piede; riguadagnò tutte le ribellate milizie, e seguitò il suocero, che andò a ritirarsi a Marsiglia. Dato l’assalto a quella città, si trovò che le scale erano troppo corte pel bisogno, e convenne far sonare la ritirata. Lasciatosi veder Massimiano sulle mura, Costantino avvicinatosegli, con tutta la dolcezza possibile gli rimproverò una perfidia così indegna di un par suo. Altro per risposta non riportò che delle ingiurie. Ma i cittadini in quel tempo, aperta una porta della città, vi lasciarono entrar la gente di Costantino, la quale, preso Massimiano, il condusse davanti al genero Augusto. Atto d’incredibil moderazione convien ben dire che fosse quel di Costantino, perchè a riserva de’ rimproveri fatti al perfido suocero, e all’avergli tolta di dosso la porpora imperiale, niun altro male gli fece, nè il cacciò dalle Gallie; anzi sembra che seguitasse a ritenerlo in sua corte, vinto probabilmente dalle preghiere di